Farei anche delle considerazioni su quale inglese.
Un sito inglese per tedeschi (che navigano quasi più in inglese che in tedesco, per il turismo) è molto diverso da quello per gli inglesi UK da quelli USA o Australiani.
Strutture dei menu, tipo di presentazione, informazioni cercate sono molto diverse. Ciò che vuole un americano non è ciò che vuole un inglese. Ad esempio, una struttura turistica che punti all'inglese della Gran Bretagnia, deve puntare al giardino, di cui agli americani non importa un fico secco a merenda.
Un bread&breakfast orientato agli inglesi e tedeschi (e marginalmente i francesi), deve avere sul serio la stanza in una casa privata, con la torta fatta dalla mamma. Se trovano il solito mini-hotel che si fregia del B&B per non pagare le tasse, scappano appena annusano l'aria e quando arrivano in luogo, sono capaci di rinunciare e pretendere il rimborso.
Gli americani ed i giapponesi, altri che girano con la lingua inglese, vogliono il lusso. Dell'italianata semplice e familiare ne hanno le scatole piene perché il vittoriano va forte anche a casa loro e non hanno bisogno di cercarlo da noi.
In sostanza, non si tratta solo di traduzione. Come dice Ettore Peyrot, esperto riconosciuto a livello mondiale, seppur italianissimo, occorre pensare ad un sito localizzato.
Anche la scelta di lavorare con madrelingua, può portare grossi problemi. Infatti la cosa giusta è lavorare con una persona in lingua, ma che abiti nel mercato dove vogliamo avere i clienti. Un madrelingua che abiti da venti anni in Italia, è un pesce fuor d'acqua come noi stessi.
Pare difficile tutto ciò? E chi l'ha detto che deve essere facile? Pensate agli stranieri che fanno i siti in italiano, come ridiamo a crepapelle quando li navighiamo
